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Open innovation, la rivoluzione ‘dal basso’

By Camilla Mantella 2 mesi agoNo Comments

Le comunità aperte di creatori di innovazione sono un fenomeno sempre più diffuso a livello nazionale ed internazionale. Gruppi di appassionati volenterosi che mettono in gioco le loro capacità e si strutturano più o meno formalmente per dare vita a prodotti e servizi – in particolare in campo digitale – creati ‘dal basso’ capaci di costruire tecnologie non ancora presenti sul mercato o di proporre alternative a strumenti chiusi dal licensing elevato.

L’open innovation è il motore della nascita degli strumenti open source. Soluzioni ‘aperte’, scaricabili ed utilizzabili gratuitamente, che migliorano giorno dopo giorno grazie al lavoro costante di sviluppatori provenienti da tutto il mondo.

La piattaforma per la creazione di applicazioni distribuite Docker, il sistema operativo Linux, il sistema per la gestione dei contenuti Drupal, il database PostgreSQL, il sistema per il trattamento dei Big Data Hadoop, le piattaforme di analisi avanzate di Knime sono solo alcune delle tecnologie nate dalle community di appassionati.

L’innovazione aperta è una rivoluzione economica, creativa e sociale. Aprire il processo di ideazione a quelli che una volta erano solo consumatori passivi di novità sposta totalmente il baricentro tradizionale. Le persone da utenti diventano produttori e da consumatori si fanno designer. Stiamo parlando di un fenomeno che ha delle ricadute importanti sul sistema produttivo industriale a cui siamo abituati, ma che è denso di grandi opportunità.

Una rivoluzione economica

Dalla metà dell’ ‘800, quando nasce l’industria moderna, il principio alla base dei sistemi di produzione (anche delle informazioni) faceva leva su una relazione fondamentale, rimasta invariata per circa 150 anni: l’azienda produttrice, attiva, immetteva sul mercato soluzioni per i consumatori, passivi. Una relazione unidirezionale e statica, ma che ha retto le sorti dell’economia dei Paesi avanzati fino alla soglia degli anni 2000. Poi è arrivato Internet, i pc sono diventati dei piccoli centri di produzione digitale in rete e la produzione ha cominciato ad essere distribuita. Negli ultimi 20 anni, tutti noi ci siamo trasformati in potenziali innovatori: siamo praticamente tutti dotati di pc e possiamo usarlo per creare contenuti, condividere informazioni e dare vita a nuovi progetti.

open innovation

Una rivoluzione creativa

Siamo stati talmente abituati all’idea per cui la creatività è una caratteristica di spiriti eletti che quando ascoltavamo le storie di gruppi di consumatori che facevano nascere segmenti di mercato dal basso (come i ragazzini californiani che hanno inventato la mountain bike perché insoddisfatti delle bici da città dei papà e dei bolidi da corsa degli atleti) ci stupivamo che la creatività potesse essere frutto di invenzioni condivise.
Invece la creatività è sempre stata, di per sé, una questione di menti che collaborano: con il web si è iniziato a toccare tutto questo con mano. Pensiamo alla fondazione Apache, che ha creato tutta una serie di soluzioni Open Source (tra cui Hadoop, che oggi viene utilizzato come piattaforma essenziale per il trattamento dei Big Data): una fondazione che lavora sulla creatività di centinaia di appassionati di tecnologia in tutto il mondo che creano, insieme, strumenti sempre più affidabili e vicini alle esigenze degli utenti. Perchè? Perchè gli stessi utilizzatori finali di queste soluzioni sono coloro che le creano.

Una rivoluzione sociale

L’open innovation – e l’open source, che, come abbiamo visto, è una delle sue declinazioni tecnologiche – sfidano gli assetti sociali e le logiche consolidate. Nelle aziende, solitamente, l’innovazione ha sempre a che fare con il miglioramento di prodotti già esistenti studiati per fare upselling e allargare un mercato già esistente. L’open innovation esce da queste logiche, è più ‘distruttiva’, nel senso che molto spesso inventa da zero prodotti e servizi che prima non c’erano.
E’ tutto estremamente emozionante, ma pone anche delle domande che, al momento, non trovano ancora risposta. Può l’open innovation essere gestita solo da volontari? Rischia di distruggere posti di lavoro? E se i centri di produzione sono distribuiti e tutti possono partecipare al processo creativo, come si arginano fenomeni come la distribuzione di informazioni false?

In Miriade siamo molto attenti al fenomeno dell’open source e lo seguiamo dai suoi esordi. Proponiamo ad aziende e organizzazioni strumenti open che provengono da comunità di sviluppatori attive ed attente. D’altro canto, siamo molto sensibili alle derive dell’argomento ed è per questo che lavoriamo per selezionare solo ed esclusivamente soluzioni affidabili e perfettamente funzionanti, capaci di competere con gli strumenti chiusi.

Per approfondire l’argomento, i Ted Talks del 2005 di Yochain Benkler sull’open economics e di Charles Leadbeaker sull’open innovation sono un ottimo punto di partenza. Discorsi che compiranno tra poco 15 anni ma che risultano ancora estremamente attuali ed evidenziano come non siamo ancora riusciti a comprendere il fenomeno in tutta la sua portata.

Nell’immagine, “Il Quarto Stato”, Pellizza Da Volpedo

Category:
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