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Disruptive innovation, quando innovare è distruttivo (o no)

By Camilla Mantella 8 mesi faNo Comments

Chi ci segue da tempo conosce bene la nostra propensione a sperimentare nuove tecnologie. Accade molto spesso che sistemisti, dba, business analyst e sviluppatori propongano alla direzione nuovi prodotti e linguaggi da mettere alla prova per esaminarne la bontà. E, altrettanto spesso, succede che queste proposte vengano accolte e che si inizi a fare ricerca e sviluppo, soprattutto se si tratta di soluzioni open.

E’ stato così per il database PostgreSQL, per l’ecosistema Hadoop, per la piattaforma per l’analisi dei Big Data Knime. E, più recentemente, per i prodotti di data visualization di Arcadiadata e di data wrangling di Trifacta.

L’attiva ricerca di alternative tecnologiche agli strumenti mainstream ci caratterizza da sempre, ferme restando le solide partnership con i maggiori attori del settore informatico. Siamo curiosi e questa curiosità si traduce nel desiderio di dare spazio anche a quelle realtà – community di appassionati o software house poco note – che raramente vengono prese in considerazione dal mercato dominante.

In estrema sintesi, andiamo sempre alla ricerca di disruptive innovators, innovatori “distruttivi” che con le loro soluzioni portano una ventata di aria nuova nel turbinio dei cambiamenti informatici il cui ritmo è spesso dettato dalle major.

disruptive innovation

La nostra non è curiosità fine a se stessa. I prodotti proposti vengono sempre attentamente testati e, solo dopo un vaglio attento della loro stabilità, vengono legati alle attività di consulenza. Il database PostgreSQL, ad esempio, era ancora misconosciuto quando abbiamo iniziato a studiarlo, mentre ora è un’ottima alternativa usata da centinaia di pubbliche amministrazioni e aziende in tutto il mondo. Nel caso di Miriade, è la soluzione che abbiamo implementato presso importanti realtà sanitarie venete, che grazie all’open source sono riuscite ad abbattere i costi pur godendo di uno strumento concorrenziale.

Per noi l’importante è che le tecnologie che promuoviamo siano davvero ‘disruptive’. E per ‘disruptive innovation’ intendiamo l’innovazione ‘distruttiva’ nella formulazione che ne hanno dato i suoi primi teorici: quell’innovazione, cioè, che si rivolge ad un mercato di acquirenti dimenticato o che crea un mercato che non esiste ancora.

Qualche esempio? Trifacta ha colmato una grossa esigenza che ha la maggior parte dei data scientist: quella di avere uno strumento per la pulizia e la preparazione del dato che velocizzi questa fase del lavoro. Postgres, invece, si è rivolto a quelle organizzazioni che non avevano budget da investire in infrastrutture dedicate.

Quando sentiamo parlare di disruptive innovation ci rendiamo invece conto che spesso il concetto viene travisato. Sembra, infatti, che qualsiasi novità tecnologica sia distruttiva – quando invece, solitamente, è un semplice miglioramento dell’esistente, in termini di prezzo e/o di funzionalità.

Per questo negli anni abbiamo affinato la nostra selezione dei software e delle infrastrutture. Oggi, nel nostro portafoglio tecnologico, si trovano solo prodotti con una storia alle spalle, apprezzati per la loro affidabilità, e strumenti davvero innovativi, che aiutano i sistemi informativi a ottimizzare il loro lavoro.

Se sei interessato alla disruptive innovation ti consigliamo la lettura di questo articolo. Spoiler: contiene una digressione piuttosto illuminante sul perché business come quelli di Uber non siano da considerare innovazioni distruttive.

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Photo credits: Pixabay

Category:
  Miriade
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